Perché le calzature antinfortunistiche contano davvero
Chi lavora in cantiere, in fabbrica o in un magazzino sa benissimo quanto siano importanti le scarpe antinfortunistiche giuste. Il piede è una delle zone del corpo più esposte agli infortuni sul lavoro. Ogni anno migliaia di lavoratori riportano lesioni gravi proprio agli arti inferiori.
Le calzature antinfortunistiche non sono semplici scarpe robuste. Sono dispositivi di protezione individuale (DPI) progettati e certificati per rispettare normative precise. La norma di riferimento a livello europeo è la EN ISO 20345:2022.
Questa norma stabilisce i requisiti minimi obbligatori che ogni scarpa antinfortunistica deve soddisfare. Non basta avere un puntale duro: occorre resistenza agli urti, assorbimento degli shock, proprietà antistatiche e molto altro.
Capire le differenze tra le varie categorie non è una questione accademica. Scegliere le scarpe antinfortunistiche sbagliate può significare lavorare con false sicurezze, rischiando infortuni che si sarebbero potuti evitare con la calzatura adatta.
In questo articolo analizzeremo tutte le tipologie esistenti, dalle più semplici alle più specializzate. Lo faremo con occhio tecnico ma con linguaggio accessibile, perché la sicurezza sul lavoro deve essere alla portata di tutti.
Il quadro normativo: classi, categorie e sigle da conoscere
Prima di parlare delle singole tipologie, è fondamentale capire il sistema di classificazione europeo. Le calzature antinfortunistiche si dividono in due grandi classi in base al materiale.
La Classe I comprende le calzature in cuoio o altri materiali non polimerici. La Classe II include invece le calzature interamente in gomma o polimero, come gli stivali da lavoro.
Ogni classe si suddivide poi in tre categorie in base al livello di protezione. Le calzature di sicurezza (norma ISO 20345) hanno puntale resistente a 200 joule e 15 kN di compressione. Sono quelle più diffuse nei cantieri e nelle fabbriche.
Le calzature di protezione (norma ISO 20346) offrono protezione ridotta: il puntale regge fino a 100 joule. Si usano in contesti a rischio moderato, come certi magazzini o laboratori artigianali.
Le calzature da lavoro (norma ISO 20347) non hanno il puntale protettivo. Offrono però altri tipi di protezione: antiscivolo, antistatico, resistenza agli oli. Si usano in ambito sanitario o alimentare.
Oltre alla categoria principale, ogni scarpa può avere sigle supplementari. Queste indicano caratteristiche aggiuntive fondamentali per scegliere il modello corretto in base al proprio ambiente di lavoro.
Le sigle più importanti da conoscere sono: WRU (tomaia idrorepellente), P (antiperforazione), SRC (antiscivolo certificato), HRO (resistenza al calore del contatto), CI (isolamento termico dal freddo), WR (resistenza all’acqua dell’intera calzatura).
SB – La categoria base: protezione essenziale
La categoria SB (Safety Basic) è il punto di partenza di tutta la classificazione. Le scarpe antinfortunistiche SB hanno solo i requisiti minimi previsti dalla norma EN ISO 20345.
Questo significa puntale resistente a 200 joule, tallone chiuso e suola resistente agli idrocarburi. Non include antistatico, assorbimento degli shock né impermeabilità .
Le scarpe SB sono poco diffuse nel mercato italiano. La maggior parte dei datori di lavoro preferisce richiedere almeno una S1, che offre protezioni più complete a costi molto simili.
Si usano principalmente in ambienti molto controllati e a basso rischio, dove la normativa richiede comunque una protezione certificata per il piede.

S1 – La scarpa da interno: leggera ma protettiva
La categoria S1 è tra le più diffuse in ambito industriale e manifatturiero. Aggiunge alle caratteristiche SB due protezioni fondamentali: proprietà antistatiche e assorbimento dell’energia al tallone.
L’antistaticità è essenziale in ambienti dove si maneggiano componenti elettronici o materiali infiammabili. L’assorbimento degli shock al tallone riduce l’affaticamento nei lavori dove si cammina molto.
Le S1 non hanno la tomaia idrorepellente, quindi non sono adatte per l’esterno o ambienti umidi. Sono la scelta ideale per chi lavora in capannoni, magazzini asciutti, laboratori industriali.
Esistono varianti di scarpe antinfortunistiche S1 con puntale in acciaio, in alluminio o in materiali compositi non metallici. Quest’ultima opzione è perfetta per chi deve passare frequentemente i metal detector nei luoghi di lavoro.

S1P – La versione con antiperforazione: per chi lavora su superfici a rischio
L’S1P si distingue dall’S1 per un solo elemento, ma fondamentale: la lamina antiperforazione nella suola. Questo inserto protegge il piede da chiodi, viti e oggetti appuntiti presenti a terra.
La normativa aggiornata del 2022 ha introdotto due sottocategorie: S1PL per chiodi larghi (diametro 4,5 mm) e S1PS per chiodi piccoli (3 mm). Sul mercato si trovano ancora modelli semplicemente marcati S1P.
Questa categoria è ideale per falegnami, carpentieri, posatori di pavimenti e chiunque lavori in ambienti dove possono esserci materiali penetranti sul pavimento.
Il comfort è migliorato rispetto alle prime generazioni. Le lamine moderne in materiale composito sono sottili, flessibili e molto più leggere di quelle in acciaio degli anni passati.

S2 – La tomaia idrorepellente: per chi lavora all’aperto o in ambienti umidi
La categoria di scarpe antinfortunistiche S2 aggiunge all’S1 la resistenza all’acqua della tomaia (WRU). Questo significa che la parte superiore della scarpa non assorbe acqua e non si inzuppa in caso di pioggia o superfici bagnate.
È importante chiarire una cosa che spesso crea confusione: l’S2 non è totalmente impermeabile. L’acqua può ancora infiltrarsi tra suola e tomaia. Per impermeabilità completa occorre andare sull’S3 o sull’S6.
Le scarpe S2 sono indicate per chi lavora in industria alimentare, nel settore sanitario con superfici frequentemente lavate, nella ristorazione e nei bar. Sono molto diffuse nei settori Ho.Re.Ca.
Chi lavora in ambienti esterni con pioggia leggera ma non in terreni accidentati troverà nelle S2 un buon equilibrio tra protezione e costo. Non sono adatte ai cantieri edili.
S3 – La protezione totale: il riferimento per cantieri e lavori pesanti
La categoria S3 è senza dubbio la più completa tra le scarpe antinfortunistiche di Classe I. Unisce tutte le protezioni dell’S2 con due aggiunte decisive: la lamina antiperforazione e la suola con rilievi (scanalata).
La suola rialzata garantisce una presa migliore su terreni fangosi, ghiaiosi o sconnessi. È la differenza che si sente immediatamente camminando su un cantiere edile o in un campo agricolo.
Nelle S3 si trovano anche varianti con protezioni aggiuntive. Le S3 CI proteggono dal freddo fino a temperature molto basse. Le S3 HRO resistono al calore del suolo. Le S3 WR sono impermeabili all’intera calzatura.
Operai edili, meccanici, agricoltori, forestali: questi lavoratori trovano nell’S3 la risposta più completa alle esigenze quotidiane. È anche la categoria consigliata per chi non sa esattamente quale scegliere in ambienti misti.
I materiali della tomaia nelle S3 moderni sono straordinariamente evoluti. Tessuti tecnici come il Putek, il Techshell o il Gore-Tex offrono impermeabilità assoluta senza rinunciare alla traspirabilità .

S4 – Lo stivale in gomma: protezione contro acqua e sostanze chimiche
Con la categoria di scarpe antinfortunistiche S4 si entra nel territorio degli stivali antinfortunistici realizzati interamente in gomma o PVC. Si tratta della Classe II: calzature polimerate, impermeabili per costruzione.
Un S4 offre le stesse protezioni di un S1 (puntale, antistatico, assorbimento degli shock) ma in formato stivale. L’impermeabilità non è una caratteristica aggiuntiva: è insita nel materiale stesso.
Questi stivali sono fondamentali in settori come l’agricoltura, l’allevamento, l’industria ittica e i vivai. Chiunque lavori immerso nell’acqua, nel fango o con liquidi sul pavimento deve considerare questa categoria.
Lo svantaggio principale degli S4 rispetto agli S3 è la traspirabilità praticamente nulla. In ambienti caldi o nei mesi estivi, l’utilizzo prolungato può essere scomodo. Esistono comunque versioni con fodera tecnica che mitiga il problema.

S5 – Stivale con antiperforazione: il massimo per ambienti ad altissimo rischio
La categoria S5 aggiunge all’S4 la lamina antiperforazione nella suola e rilievi sulla suola esterna. È il corrispettivo dell’S3 ma in formato stivale polimerico.
Questo tipo di calzatura si usa in settori dove si lavora con acqua o fango e contemporaneamente su terreni che possono nascondere chiodi, vetri o altri materiali perforanti.
Tipici ambienti di utilizzo sono i cantieri in presenza di pioggia, le aziende zootecniche, le industrie di riciclaggio e i cantieri stradali con presenza di reflui.
Gli stivali S5 sono spesso dotati di rilievi profondi sulla suola per garantire presa anche nel fango più viscoso. Alcune versioni includono anche protezione metatarsale o gambale rinforzato.
S6 e S7 – Le nuove categorie: nate con la norma del 2022
La norma EN ISO 20345:2022 ha introdotto due nuove categorie che colmavano un vuoto nella classificazione precedente: S6 e S7.
L’S6 è equivalente all’S2 ma con resistenza all’acqua di tutta la calzatura (non solo della tomaia). Questo la rende completamente impermeabile, a differenza dell’S2 che poteva cedere lungo la cucitura suola-tomaia.
L’S7 aggiunge all’S6 la lamina antiperforazione e la suola con rilievi, esattamente come fa l’S3 rispetto all’S2. È quindi la versione completamente impermeabile e antiperforazione della classe di cuoio.
Queste categorie sono particolarmente utili per chi lavora in ambienti con pioggia intensa o immersione parziale del piede, ma preferisce la calzatura in cuoio o materiale tecnico al classico stivale in gomma.
Trovare questi modelli sul mercato italiano non è ancora semplicissimo, ma la disponibilità è in costante crescita. Molti produttori leader stanno aggiornando i propri cataloghi con queste nuove sigle.
Tipologie fisiche: dalla scarpa bassa al polaccone, passando per lo stivale
Scarpa bassa – La scelta per chi si muove molto
La scarpa antinfortunistica bassa è il modello più diffuso. Arriva alla caviglia e garantisce grande libertà di movimento. È indicata per lavori che richiedono agilità e spostamenti continui.
In questa tipologia si trovano modelli di ogni categoria: dall’S1 all’S3, con o senza antiperforazione. I materiali variano dalla pelle tradizionale ai tessuti tecnici ultra-leggeri di ultima generazione.
Il limite della scarpa bassa è la minore protezione alla caviglia. Chi lavora su terreni accidentati o trasporta carichi pesanti dovrebbe valutare un modello più alto. La leggerezza però è un vantaggio enorme durante turni lunghi.
Polacco e Polaccone – Protezione alla caviglia: la scelta dei cantieristi
Il polacco arriva sopra la caviglia, il polaccone sale fino a metà gamba. Entrambi offrono una protezione laterale alla caviglia che la scarpa bassa non può garantire.
Questa tipologia è molto usata in edilizia, nel settore forestale e in tutti i lavori su terreni irregolari. Il sostegno alla caviglia riduce il rischio di distorsioni e traumi da torsione.
I polacconi moderni sono progettati per essere il meno pesanti possibile. Le tecnologie di ultima generazione permettono strutture alte ma leggere, con sottopiedi anatomici e tomaia ultra-flessibile.
Il polaccone è spesso la scelta preferita da chi usa la motosega o altri strumenti a rischio di impatto agli stinchi. Alcune versioni integrano anche protezione metatarsale anteriore.
Zoccoli antinfortunistici – La soluzione per sanità , ristorazione e industria alimentare
Lo zoccolo antinfortunistico è una categoria speciale, spesso trascurata nelle guide generiche. Eppure è fondamentale in settori come la sanità , le cucine professionali e i laboratori alimentari.
Si tratta di una calzatura senza tallone chiuso (o con tallone aperto flessibile) dotata di puntale, suola antiscivolo e spesso proprietà antistatiche. Facilita l’indossatura rapida e la pulizia.
Molti modelli sono interamente realizzati in materiale polimerico, lavabile in lavatrice o sterilizzabile. Una caratteristica imprescindibile in ambienti dove l’igiene è critica.
In ambito ospedaliero si usano spesso versioni bianche o colorate, facilmente identificabili per reparto. L’antiscivolo certificato è obbligatorio perché i pavimenti bagnati dei laboratori sono una fonte frequente di incidenti.
Categorie speciali: le calzature per rischi specifici
Scarpe ESD e antistatiche – Per l’elettronica e i settori ad alto rischio di scarica
Le scarpe ESD (ElectroStatic Discharge) sono progettate per dissipare le cariche elettrostatiche in modo controllato. Sono diverse dalle semplici scarpe antistatiche.
Mentre l’antistatico standard (AS) limita l’accumulo di cariche, le scarpe ESD garantiscono una dissipazione precisa, misurabile in laboratorio. Si usano in produzione di semiconduttori, elettronica di precisione, industria farmaceutica.
La resistenza elettrica di queste calzature è compresa in un range stretto: né troppo bassa (che creerebbe un percorso per la corrente attraverso il corpo) né troppo alta (che consentirebbe accumulo).
Chi lavora con componenti elettronici sensibili sa bene che una singola scarica elettrostatica può danneggiare chip del valore di centinaia di euro. La scarpa ESD è un investimento che si ripaga rapidamente.
Calzature HRO – Per fonderie, siderurgie e ambienti con calore estremo
La sigla HRO (Heat Resistance On contact) indica una resistenza specifica: la suola regge il contatto con superfici a 300°C per 60 secondi senza deformarsi o sgretolarsi.
Non va confusa con la resistenza al calore radiante. Le HRO proteggono da superfici roventi su cui si cammina, come pavimenti di fonderia o aree vicino a forni industriali.
In fonderia, in siderurgia e nell’industria del vetro queste calzature sono spesso abbinate a ghette protettive e pantaloni ignifughi. La calzatura è solo una parte di un sistema di protezione integrato.
Molti modelli HRO hanno anche la marcatura CI (Cold Insulation): proteggono sia dal calore che dal freddo. Questa versatilità li rende adatti a settori con grandi escursioni termiche.
Calzature dielettriche – Per chi lavora con l’alta tensione
Le scarpe dielettriche sono una categoria a sé rispetto alle normali antinfortunistiche. Sono progettate per isolare elettricamente il lavoratore dalla corrente elettrica.
La norma di riferimento non è la EN ISO 20345 ma la EN 50321 (calzature isolanti per lavori su impianti elettrici). Possono resistere a tensioni anche superiori ai 30.000 volt.
Sono indispensabili per elettricisti che operano su impianti ad alta tensione, linee aeree, cabine di trasformazione. Non basta una semplice scarpa con marcatura AS per questo tipo di rischio.
Va ricordato che le scarpe dielettriche perdono le loro proprietà isolanti se bagnate o danneggiate. Devono essere testate periodicamente e mai indossate se presentano crepe o usura eccessiva.
Stivali per motosega e potatura – La protezione contro le lame
Questa è una categoria altamente specializzata e spesso sottovalutata. Gli stivali per motosega non devono solo proteggere dai colpi: devono bloccare attivamente la catena in movimento.
All’interno dello stivale ci sono strati di fibra sintetica ad alta densità (Kevlar o materiali simili). Quando la catena della motosega entra in contatto, queste fibre si incastrano nei meccanismi bloccandola.
Esistono tre classi di protezione per questi stivali, da 0 a 3, in base alla velocità della catena che riescono a fermare. La classe 3 è obbligatoria per i professionisti della selvicoltura.
Questi stivali devono anche essere impermeabili (lavorare in bosco con pioggia è la norma) e avere ottima aderenza. La norma europea di riferimento è la EN 381-3 per gli stivali da motosega.
Calzature per ambienti freddi – Con isolamento CI
La marcatura CI (Cold Insulation) indica che la calzatura protegge il piede dal freddo. Specificamente, la suola deve isolare da temperature esterne di -17°C secondo la norma.
Queste scarpe o stivali si usano in celle frigorifere, impianti di surgelazione, lavorazione del pesce, logistica a temperatura controllata. La protezione dal freddo riduce affaticamento e problemi vascolari.
Non tutte le calzature CI sono uguali. Alcune hanno solo suola isolante, altre integrano fodera termica nell’intera calzatura. Per celle a -30°C serve una protezione molto più robusta di quella minima prevista dalla norma.
La fodera termica nei modelli invernali è spesso in pile tecnico o in Thinsulate, materiale che garantisce calore anche con spessori ridotti. Il comfort termico è fondamentale per mantenere la concentrazione durante il lavoro.
Come scegliere la calzatura giusta: i criteri che contano davvero
Il primo passo è l’analisi del rischio. Prima di comprare qualunque scarpa antinfortunistica, occorre capire quali rischi si affrontano concretamente nel proprio ambiente di lavoro.
Ci sono oggetti che cadono? C’è acqua o fango? Si cammina su terreni accidentati? C’è rischio di contatto con sostanze chimiche, calore estremo o corrente elettrica? Ogni domanda porta a una categoria specifica.
Il secondo criterio è il comfort. Una scarpa antinfortunistica indossata per otto o dieci ore al giorno deve essere comoda. Il discomfort porta a stanchezza, distrazione e paradossalmente a più infortuni.
I materiali moderni hanno rivoluzionato il settore. Puntali in composito invece che in acciaio: stessa resistenza, peso ridotto del 40%. Suole in poliuretano bicomponente: ammortizzazione superiore e durata aumentata.
La taglia è fondamentale quanto la categoria. Una scarpa antinfortunistica troppo larga o troppo stretta è pericolosa quanto nessuna protezione. Molti produttori offrono taglie mezzo numero per una calzata perfetta.
Infine, verificare sempre la marcatura CE sul prodotto. La scritta CE e la norma di riferimento devono essere impresse fisicamente sulla calzatura, non solo stampate sulla confezione. Senza questa marcatura, la scarpa non è certificata.
Manutenzione e durata: come prolungare la vita delle calzature
Le scarpe antinfortunistiche non durano per sempre. Le normative europee stimano una durata media di circa tre anni per calzature in cuoio, ma dipende molto dall’intensità di utilizzo.
Una scarpa usata tutti i giorni su cantiere potrebbe consumarsi in un anno. Un modello da ufficio o magazzino coperto può durare il doppio. La frequenza di sostituzione va adattata all’usura reale.
La pulizia è fondamentale. Per le calzature in cuoio: spazzolare dopo ogni utilizzo, asciugare lontano da fonti di calore dirette, applicare periodicamente crema o cera protettiva. Il cuoio non trattato si screpa e perde le proprietà di resistenza.
Le suole antiperforazione metalliche non vanno mai esposte a temperature elevate. Il calore può deformarle riducendo la resistenza alla perforazione. Anche i puntali in acciaio possono perdere rigidità se ripetutamente riscaldati.
Quando va sostituita una scarpa antinfortunistica? Quando la suola è consumata oltre il terzo del battistrada originale, quando il puntale è visibilmente deformato o quando la tomaia presenta strappi o distacchi.
Non si deve mai tentare di riparare fai-da-te una calzatura antinfortunistica danneggiata. Una riparazione impropria può compromettere le proprietà di sicurezza senza che ciò sia visibile dall’esterno.
Tendenze e innovazione: il futuro delle calzature antinfortunistiche
Il settore delle calzature antinfortunistiche sta vivendo una fase di innovazione straordinaria. La spinta viene da due direzioni: le normative sempre più stringenti e la domanda crescente di comfort.
I puntali in fibra di carbonio o in materiali compositi ad alta resistenza stanno sostituendo progressivamente quelli in acciaio nei segmenti premium. Offrono la stessa resistenza con peso e ingombro ridotti.
Le tecnologie di ammortizzazione mutuate dallo sport hanno trasformato le suole. Inserti in gel, foam ad alta restituzione energetica, strutture a nido d’ape: il confine tra scarpa da running e calzatura da lavoro si fa sempre più sottile.
Sul fronte dei materiali della tomaia, i tessuti tecnici impermeabili e traspiranti come il Gore-Tex o le membrane proprietarie dei vari produttori offrono prestazioni impensabili fino a dieci anni fa.
C’è anche una crescente attenzione alla sostenibilità . Alcuni brand propongono calzature con componenti riciclabili o realizzate con materiali a minore impatto ambientale, senza compromettere le certificazioni di sicurezza.
Il design è un altro campo in evoluzione. Le calzature antinfortunistiche moderne non assomigliano più a toffe scarpe da lavoro. Linee sportive, colori vivaci, finiture eleganti: oggi si può lavorare in sicurezza con stile.
Conclusione: investire nella sicurezza è sempre la scelta giusta
Le calzature antinfortunistiche sono molto più di un obbligo normativo. Sono uno strumento di lavoro che protegge la salute e può fare la differenza tra un infortunio grave e una giornata di lavoro che si conclude normalmente.
Conoscere le differenze tra le categorie, capire le sigle sulle etichette e scegliere il modello adatto al proprio rischio specifico non è complicato. Richiede solo un po’ di attenzione e le informazioni giuste.
Chi non ha ancora approfondito questo tema farà bene a non sottovalutarlo. Una scarpa antinfortunistica scelta correttamente è un investimento che si ammortizza alla prima situazione di rischio evitata.
E chi già usa queste calzature ma le sceglie solo per obbligo, senza valutare quale categoria sia davvero adatta al proprio lavoro, potrebbe trovarsi in una situazione di falsa sicurezza più pericolosa dell’assenza di protezione.
Il mercato oggi offre soluzioni eccellenti per ogni settore, ogni tasca e ogni esigenza. Dall’operaio edile al tecnico di laboratorio, dalla cuoca al forestale: esiste la calzatura giusta per ognuno.
La sicurezza sul lavoro si costruisce un passo alla volta. E il primo passo, letteralmente, parte dalla calzatura che indossate ogni giorno.
Normativa di riferimento: EN ISO 20345:2022 | EN ISO 20346:2022 | EN ISO 20347:2012 | EN 381-3 | EN 50321
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