Il problema che nessuno vuole nominare

Chi lavora nel settore del trattamento delle acque reflue sa bene è estremamente complesso eseguire l’abbattimento dei tesioattivi. Non perché siano i più tossici in assoluto, ma perché interferiscono con quasi tutti i processi biologici e chimici a valle, perché le normative si stanno facendo sempre più stringenti, e perché la varietà strutturale di questi composti — anionici, cationici, non ionici, anfoteri — rende impossibile pensare a un’unica soluzione valida per tutti i casi.

Nei reflui industriali, i tensioattivi si trovano in concentrazioni che vanno da qualche mg/L negli scarichi di lavanderie domestiche fino a diverse centinaia di mg/L nei reflui dell’industria tessile, cosmetica, alimentare e petrolchimica. In ambito civile, la presenza di MBAS (Methylene Blue Active Substances) e BIAS (Bismuth Active Substances) nei reflui urbani è diventata un tema sempre più urgente, soprattutto con l’introduzione di nuovi detersivi sintetici poco biodegradabili.

Il punto di partenza, prima di scegliere qualsiasi tecnologia di abbattimento dei tensioattivi, è questo: quanta concentrazione iniziale ho, che tipo di tensioattivo devo rimuovere, e quale limite allo scarico devo rispettare? Senza rispondere a queste tre domande, qualsiasi valutazione tecnologica diventa un esercizio teorico.


Le tecnologie disponibili: un panorama realistico

1. Trattamento biologico aerobico

Il primo baluardo contro i tensioattivi nei depuratori municipali è il trattamento biologico convenzionale, tipicamente a fanghi attivi. I tensioattivi anionici lineari a catena alchilica — in particolare il LAS (Linear Alkylbenzene Sulfonate), il più diffuso nei detergenti per uso domestico — sono abbastanza biodegradabili in condizioni aerobiche. Con tempi di ritenzione idraulica adeguati (tipicamente 6-12 ore) e un impianto ben gestito, si possono raggiungere efficienze di rimozione del 90-95% per i tensioattivi lineari.

Il problema nasce con i tensioattivi ramificati, con i perfluorurati (PFAS), con i tensioattivi cationici quaternari e con alcune famiglie di tensioattivi non ionici etossilati che mostrano resistenza alla biodegradazione. In questi casi, il biologico da solo non basta.

Un altro limite reale del biologico è la formazione di schiume. Chiunque abbia gestito un impianto di trattamento sa che la presenza anche minima di tensioattivi nel reattore biologico può generare problemi operativi seri: le schiume riducono il trasferimento di ossigeno, creano problemi di contenimento, e nei casi peggiori possono causare perdite di biomassa nel chiarificatore finale. Questo aspetto operativo è spesso sottovalutato nelle fasi di progettazione.

Impianto trattamento acque reflue
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2. Coagulazione e flocculazione

L’aggiunta di coagulanti — sali di alluminio (solfato di alluminio, PAC) o di ferro (cloruro ferrico, solfato ferroso) — segue una logica precisa: i tensioattivi anionici tendono ad adsorbire sulla superficie dei fiocchi di idrossido metallico caricato positivamente, precipitando con essi. L’efficacia varia molto in funzione del tipo di tensioattivo e del pH.

In pratica, la coagulazione da sola difficilmente supera il 60-70% di rimozione per i tensioattivi anionici e ancora meno per i non ionici. Viene però utilizzata efficacemente come trattamento di pre-concentrazione prima di processi di adsorbimento o come step di finissaggio dopo il biologico.

I costi operativi della coagulazione sono relativamente contenuti: si parla di 0,15-0,40 €/m³ per il solo reagente, a cui si aggiunge la gestione del fango chimico generato, che in contesti con concentrazioni elevate di tensioattivi può diventare un costo non trascurabile.

3. Adsorbimento su carbone attivo

Il carbone attivo granulare (CAG) e il carbone attivo in polvere (CAP) sono probabilmente la tecnologia più versatile per l’abbattimento dei tensioattivi, specialmente per quei composti che resistono alla biodegradazione. L’affinità del carbone attivo per le molecole anfifiliche è elevata, e la capacità di adsorbimento dipende fortemente dal tipo di carbone, dal pH, dalla concentrazione iniziale e dalla presenza di competitori nella matrice acquosa.

Per i tensioattivi non ionici etossilati, la capacità di adsorbimento su CAG tipico si attesta tra 50 e 150 mg/g di carbone, valori che cambiano significativamente in presenza di composti umici o altri organici. Per il LAS, i valori sono generalmente più bassi (20-80 mg/g) e la rimozione è influenzata dalla durezza dell’acqua.

Il limite principale del carbone attivo granulare è il costo di rigenerazione termica: la rigenerazione in forno a 850-900°C comporta una perdita di massa del 5-10% per ciclo e costi energetici elevati. Per portate piccole o medie, spesso si opta per carbone monouso, il che rende il processo economicamente sostenibile solo per trattamento di acque con concentrazioni non elevate o per applicazioni di affinamento finale (concentrazioni residue < 5-10 mg/L di ingresso in colonna).

Il costo totale del trattamento con CAG, includendo ammortamento dell’impianto, rigenerazione o sostituzione del carbone e gestione operativa, si colloca tipicamente tra 0,50 e 2,00 €/m³ per portate medio-piccole (< 500 m³/h), con variazioni significative in funzione della concentrazione del contaminante.

4. Processi di Ossidazione Avanzata (AOPs)

L’ossidazione avanzata è il territorio dove si gioca la partita vera contro i tensioattivi refrattari. Il principio è la generazione di radicali idrossile (•OH), specie altamente reattive che attaccano le molecole organiche in modo non selettivo, aprendo gli anelli aromatici, spezzando le catene alchiliche e mineralizzando i composti o comunque aumentandone la biodegradabilità.

Le tecnologie AOP più impiegate per i tensioattivi includono:

Ozonizzazione semplice e O₃/H₂O₂ (perossone). L’ozono è efficace contro i tensioattivi insaturi e aromatici, ma meno contro le catene alchiliche sature. Il sistema perossone (O₃ + H₂O₂) produce un’attivazione del radicale idrossile più intensa e migliora le efficienze di rimozione. I costi energetici dell’ozonizzazione si attestano tra 0,10 e 0,30 kWh per grammo di ozono prodotto, con dosi applicate tipicamente tra 5 e 20 mg O₃/L per applicazioni sui tensioattivi.

Processo Fenton e Fenton-like. La reazione tra H₂O₂ e Fe²⁺ genera radicali idrossile in soluzione acida (pH 2,5-3,5). È un processo efficace ed economicamente competitivo per concentrazioni medio-alte di tensioattivi, ma richiede aggiustamento del pH e genera un fango ferroso che deve essere gestito. Il photo-Fenton, che utilizza radiazione UV per riattivare il Fe³⁺ a Fe²⁺, aumenta significativamente le efficienze ma incrementa i costi di esercizio.

UV/H₂O₂. Efficace soprattutto per concentrazioni basse di tensioattivi in acque con bassa torbidità. I costi dell’energia UV sono nettamente scesi negli ultimi anni grazie ai sistemi a LED UV, ma restano un fattore limitante per grandi portate.

I costi dell’ossidazione avanzata sono fortemente variabili: per i sistemi di ozonizzazione si parla di 0,30-1,50 €/m³ in funzione del carico e della matrice, mentre i sistemi Fenton possono essere più economici (0,20-0,80 €/m³) ma con costi di gestione del fango da aggiungere.

5. Processi a membrana

La nanofiltrazione (NF) e l’osmosi inversa (RO) garantiscono efficienze di rimozione superiori al 99% per praticamente tutti i tensioattivi, a prescindere dalla struttura molecolare. Sono tecnologie che non “trattano” il problema ma lo concentrano: il permeato è pulito, ma il concentrato è un problema da gestire.

Il fouling di membrana causato dai tensioattivi è uno dei principali fattori limitanti. La formazione di strati gel sulla superficie della membrana riduce il flusso e aumenta la pressione operativa necessaria, con impatto diretto sui costi energetici. I pre-trattamenti (microfiltrazione, coagulazione, carbone attivo) sono essenziali per proteggere le membrane e prolungarne la vita utile.

I costi della nanofiltrazione per applicazioni sui tensioattivi si collocano tra 0,80 e 3,00 €/m³, con i valori più alti associati a matrici complesse e alto fouling. L’osmosi inversa è generalmente più costosa (1,50-4,00 €/m³) ma garantisce rimozioni complete.

6. Flotazione ad aria disciolta (DAF)

La DAF è particolarmente efficace per i tensioattivi schiumogeni: i tensioattivi si adsorbono sulle microbolle d’aria e vengono portati in superficie, dove vengono rimossi meccanicamente. Nelle industrie del food&beverage, nelle cartiere e nel trattamento dei reflui da lavanderie industriali, la DAF è spesso il trattamento di primo step più razionale, sia per l’efficienza sia per il rapporto costi-benefici.

Le efficienze tipiche si attestano tra il 70 e il 90% per i tensioattivi anionici. I costi operativi sono relativamente contenuti (0,20-0,60 €/m³), ma la schiuma prodotta richiede un trattamento dedicato.


Confronto tecnologico: come scegliere

La scelta della tecnologia più appropriata dipende da una combinazione di fattori che raramente coincidono tutti nello stesso senso. Ecco come ragionare sistematicamente.

Per concentrazioni elevate (> 100 mg/L di tensioattivi totali) il pre-trattamento fisico-chimico (DAF, coagulazione) è quasi sempre necessario prima di qualsiasi altro step. Mandare un refluo ad alta concentrazione di tensioattivi direttamente su carbone attivo o su membrana è economicamente poco razionale e tecnicamente rischioso.

Per tensioattivi biodegradabili (LAS, SLES lineare), il biologico aerobico ben progettato rimane la soluzione più economica se si dispone di un impianto adeguato. Il costo marginale del trattamento biologico sui tensioattivi, in un depuratore già esistente, è praticamente zero.

Per tensioattivi refrattari o PFAS, la combinazione carbone attivo + AOP è attualmente lo stato dell’arte. I PFAS in particolare richiedono tecnologie di alta affinità come i carboni attivi ad alta superficie specifica o gli scambiatori ionici specifici, dato che i processi ossidativi convenzionali sono scarsamente efficaci su questi composti per via della stabilità del legame C-F.

Per limiti di scarico molto stringenti (< 0,5 mg/L MBAS), le membrane sono spesso l’unica tecnologia in grado di garantire in modo affidabile il rispetto del limite in tutte le condizioni operative.


Note sui costi: la realtà dei numeri

Quando si parla di costi nel trattamento delle acque, bisogna distinguere con precisione tra capex (investimento iniziale) e opex (costi operativi annui), perché i profili economici delle diverse tecnologie sono molto diversi.

Il biologico ha bassi costi operativi ma richiede uno spazio significativo e tempi di start-up biologico. La coagulazione ha costi di reagente contenuti ma genera fango. Il carbone attivo ha costi di acquisto/rigenerazione rilevanti ma impianti compatti. Le membrane hanno alto capex e alto consumo energetico ma garantiscono affidabilità del risultato.

Una regola empirica utile: in Italia, per un impianto di medie dimensioni (50-200 m³/h) trattante reflui industriali con tensioattivi come contaminante primario, i costi totali di trattamento (capex annualizzato + opex) raramente scendono sotto 1,00 €/m³ e possono arrivare a 5,00-6,00 €/m³ per soluzioni con ossidazione avanzata e membrane.


Considerazioni finali

L’abbattimento dei tensioattivi nelle acque reflue è un campo dove la risposta giusta non esiste a priori: esiste solo la risposta giusta per quello specifico refluo, quel contaminante, quella normativa e quel budget. Chiunque prometta soluzioni universali o “pacchetti chiavi in mano” senza prima caratterizzare attentamente il refluo sta vendendo qualcosa che potrebbe non funzionare come atteso.

La tendenza degli ultimi anni va verso l’integrazione di più tecnologie in treno di trattamento — biologico + carbone attivo, oppure coagulazione + DAF + membrana — perché la complessità della matrice reale raramente si lascia dominare da un singolo processo. Il vantaggio di questi approcci ibridi è che ogni step opera sulla sua finestra di lavoro ottimale, riducendo il sovradimensionamento e i costi complessivi.

Il settore sta evolvendo rapidamente, soprattutto sul fronte dei materiali adsorbenti di nuova generazione (carboni granulari superfunzionalizzati, biochar, MOFs) e dei sistemi elettrochimici per l’ossidazione in situ. Ma queste tecnologie, per ora, restano per lo più a livello pilota o di nicchia applicativa. Il cuore del trattamento industriale dei tensioattivi, oggi, si gioca ancora sulla triade biologico-adsorbimento-ossidazione, con le membrane come garante finale della qualità.

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Salvatore Neglia

Ing. Salvatore Neglia opera nel settore Civile/Ambientale offrendo numerosi servizi sia a privati che aziende e proponendo soluzioni tecnicamente ed economicamente performanti, nonché appositamente studiate per le reali esigenze del committente.

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